Dopo una lunga attesa, finalmente riapre il Cimitero delle Fontanelle, precisamente il 18 aprile. L’apertura era stata annunciata in una conferenza stampa di presentazione del progetto di valorizzazione del Cimitero delle Fontanelle, promossa nell’ambito del Partenariato Speciale Pubblico-Privato tra il Comune di Napoli e la Cooperativa La Paranza.
Il taglio del nastro sarà preceduto da una vera e propria “marcia di comunità”, che prenderà il via alle 9:00 da Largo Totò. Al corteo prenderanno parte l’Arcivescovo di Napoli, Don Mimmo Battaglia, il sindaco Gaetano Manfredi, oltre a scuole, parrocchie e terzo settore, tutti uniti per “andare ad aprire” simbolicamente il sito. Al termine della cerimonia, la struttura sarà aperta al pubblico per visite gratuite, con ingressi contingentati, fino alle 18:00.
Dal 19 aprile in poi il cimitero sarà aperto tutti i giorni, tranne il mercoledì, dalle 10:00 alle 18:00 (ultimo ingresso alle ore 17:15). L’unico giorno festivo in cui il cimitero sarà chiuso è il 25 dicembre. Il lunedì e il venerdì l’apertura sarà anticipata di un’ora per permette l’ingresso dei fedeli dalle 9:00 alle 10:00.
La storia del Cimitero delle Fontanelle
Nel cuore pulsante di Napoli, nascosto all’interno di una gigantesca cava di tufo, si trova uno dei luoghi più suggestivi e misteriosi di tutta la città: il Cimitero delle Fontanelle. Situato nell’omonima via, prende il suo nome dalle antiche sorgenti d’acqua che un tempo dissetavano questa zona. Oggi, però, non è l’acqua a scorrere tra queste pareti di tufo, ma la storia più profonda e viscerale del popolo partenopeo.
Varcare la soglia delle Fontanelle significa fare un salto indietro nel tempo. Ad accogliere i visitatori ci sono i resti visibili di circa 40.000 persone, in gran parte vittime delle devastanti epidemie che misero in ginocchio la città, come la grande peste del 1656 e il colera del 1836. Ma questo è solo ciò che emerge in superficie: le analisi del sottosuolo hanno rivelato che sotto i nostri piedi si cela uno strato profondo diversi metri, formato interamente da resti umani.
Se le Fontanelle sono un luogo così caro ai napoletani, il motivo va cercato in un’antica pratica fatta di pietà e speranza: il rito delle anime pezzentelle. Per secoli, i cittadini scendevano nella cava per adottare una “capuzzella” (un cranio). La promessa era semplice quanto poetica: il vivo si prendeva cura di quel resto umano anonimo, pregando per alleviare le sofferenze di quell’anima abbandonata (la pezzentella, appunto) che non aveva avuto degna sepoltura. In cambio di queste cure, si chiedeva all’anima protezione, fortuna o una grazia.
Questa affascinante commistione tra fede e superstizione, tuttavia, finì sotto la lente del Tribunale ecclesiastico, che negli anni ’70 decise di proibire il culto. Il cimitero venne sbarrato e per decenni fu accessibile un solo giorno all’anno: il 2 novembre, in occasione della messa per i defunti.
Sembrava la fine di una tradizione secolare, ma Napoli non dimentica mai le sue radici. A cavallo tra gli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, il risveglio turistico della città e la brillante iniziativa del “Maggio dei Monumenti” riaccesero i riflettori su questo luogo dimenticato. I napoletani tornarono a varcare quelle antiche soglie, riscoprendo un pezzo della propria identità.
È stato l’amore della comunità a fare il miracolo finale: grazie alle manifestazioni e all’insistenza dei cittadini, l’amministrazione comunale si è finalmente convinta a riaprire le porte del Cimitero delle Fontanelle in pianta stabile. Oggi è un museo unico al mondo, restituito alla sua città e pronto a raccontare a tutti la sua incredibile storia.
Il culto delle anime pezzentelle
La trasformazione delle Fontanelle in luogo di preghiera iniziò a fine ‘700 con la costruzione di un primo altare. Ma il vero miracolo fu opera del popolo. A metà Ottocento, un gruppo di popolane della Sanità, chiamate “e’ maste”, decise di riordinare l’immensa e caotica distesa di ossa. Con immensa pietas, sistemarono lungo le pareti di tufo i resti degli “ultimi”: vittime di epidemie, poveri e carcerati.
A guidare i fedeli in questa titanica impresa fu il canonico Gaetano Barbati. Fu lui a trasformare la prima grotta in una chiesa e a ottenere, con l’aiuto del Cardinale Sforza, l’apertura al pubblico del cimitero nel 1872. Nel 1884 i lavori di riordino terminarono, consacrando definitivamente questo luogo.
Con le ossa finalmente in ordine, esplose una devozione unica, in bilico tra fede e antiche tradizioni. I napoletani iniziarono ad “adottare” i teschi anonimi per garantire alle anime del purgatorio il cosiddetto “refrisco” (un refrigerio dalle pene ultraterrene).
In cambio di queste preghiere, i fedeli chiedevano protezione e grazie nei momenti di bisogno. Era un vero e proprio patto di mutuo soccorso tra i vivi e i morti: i napoletani scelsero di affidare le proprie speranze non solo ai santi ufficiali della Chiesa, ma agli invisibili, a chi, proprio come loro, aveva conosciuto la sofferenza.
Le leggende più misteriose e affascinanti
Le vere protagoniste del Cimitero sono naturalmente le “capuzzelle”, ognuna delle quali rappresentava una persona realmente vissuta. Tra le più note c’è la capuzzella di Lucia, una giovane ragazza morta poco prima del matrimonio, così come sono tanti i giovani morti in guerra, i cavalieri e le principesse.
Le storie di alcune anime venivano custodite e tramandate, come quella del “monaco”, alias “a’ cap e Pascale”, che secondo la leggenda rivelava i numeri vincenti al gioco del lotto. Altra figura iconica è quella di “donna Concetta”, nota anche come “‘a capa che suda”. Si racconta che questo cranio, diversamente dagli altri teschi spesso polverosi, “sudava” per lo sforzo di accontentare le grazie dei devoti, spesso per la fertilità.
La figura più misteriosa e inquietante è, però, quella del “capitano”. Si racconta che una povera ragazza del popolo “adottò” la testa del capitano, pregandolo affinché trovasse marito. Alla fine la ragazza finalmente si fidanzò e, prima del matrimonio, si recò al cimitero per ringraziare il teschio.
Alla cerimonia si presentò uno strano personaggio, vestito da soldato spagnolo, che nessuno conosceva. Quando i due sposi passarono l’uomo sorrise alla ragazza e le fece un occhiolino. Il novello sposo si ingelosì e colpì l’uomo con un pugno nell’occipite. Tornata dal viaggio di nozze, la ragazza subito si recò dal teschio per ringraziarlo e, con sommo stupore, scoprì che una delle orbite era completamente nera. Si gridò al miracolo e da allora quel teschio fu ribattezzato come il “teschio del Capitano”, al quale furono attribuiti in seguito altri miracoli e grazie,
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