Mario Landolfi, 48 anni, ha confessato: è lui l’uomo che ha ucciso due donne di 28 e 49 anni, i cui corpi sono stati ritrovati nel seminterrato di un cantiere abbandonato a Pollena Trocchia, alle pendici del Vesuvio. Ma a colpire, oltre alla ferocia del delitto, è l’incredibile reazione dell’assassino davanti agli inquirenti dopo l’ammissione di colpa.
La richiesta choc: “Voglio andare alla festa di famiglia”
Dopo aver ammesso di aver spinto le due donne nel vuoto dei vani ascensore, Landolfi avrebbe rivolto una richiesta surreale ai Carabinieri e al pm della Procura di Nola. L’uomo avrebbe espresso il desiderio di ottenere gli arresti domiciliari per un motivo ben preciso: la volontà di partecipare a una festa di famiglia in programma tra pochi giorni.
Una pretesa giudicata “naturalmente impossibile” dagli inquirenti, che sottolinea una totale mancanza di consapevolezza della gravità di quanto commesso: aver spezzato le vite di una 49enne di origini ucraine e di una 28enne del Casertano.
Il dovere di parlare di “donne” e non di professioni
In queste ore, gran parte dei media ha riportato la notizia concentrandosi sulla presunta attività professionale delle vittime, etichettandole sbrigativamente come “prostitute”.
È necessario, tuttavia, un cambio di prospettiva: si tratta, prima di tutto, di donne uccise. Definire una vittima esclusivamente attraverso il suo lavoro, o le circostanze di marginalità in cui può trovarsi, è un errore deontologico che rischia di deumanizzare la persona, quasi a voler trovare una giustificazione o una gerarchia nella gravità del delitto.
La dignità di un essere umano è intrinseca e non può essere definita da una prestazione professionale o da una condizione sociale. Parlare di donne uccise significa restituire loro quel rispetto che l’assassino ha negato.
Il coraggio dei testimoni e la borsa bianca
Il fermo è scattato grazie alla prontezza di una coppia di giovani. I due avevano notato Landolfi entrare nel cantiere con una donna minuta, circa venti minuti dopo, lo hanno visto uscire da solo con una borsetta bianca tra le mani.
Un incrocio di sguardi, il sospetto che diventa certezza: i testimoni hanno fotografato la targa dell’auto e allertato i carabinieri della tenenza di Cercola e della compagnia di Torre del Greco. Quella foto è stata la firma sulla cattura del 48enne.
La dinamica nel “cantiere della morte”
Le indagini, coordinate dal sostituto procuratore Martina Salvati, descrivono una dinamica atroce. Le due vittime sarebbero state spinte nei vani ascensore da piani differenti della struttura, probabilmente al culmine di una lite legata al pagamento di prestazioni.
Il cantiere di viale Italia è uno scheletro di cemento di sei piani, un’opera incompiuta dagli anni ’90, diventata negli anni un luogo di degrado e rifugio di fortuna, nonostante le recinzioni.
Le parole del sindaco di Pollena Trocchia
Il sindaco di Pollena Trocchia, Carlo Esposito, ha espresso “profondo rammarico per il duplice omicidio delle due vittime ritrovate nel cantiere edile in viale Italia”, definendolo “un episodio di violenza, l’ennesimo che crea enorme sconforto”. Secondo quanto riferito dallo stesso sindaco, i lavori erano stati bloccati nel 1992 a seguito di un incidente sul lavoro.
“Da allora i palazzi erano rimasti incompiuti. Da poco avevano riaperto i cantieri per permettere il completamento di almeno una parte dell’edificio”, ha spiegato Esposito.
Il primo cittadino ha precisato che al momento “il fabbricato non è posto sotto sequestro”, ma non è ancora in grado di dire se i lavori riprenderanno dopo quanto accaduto.
Il sindaco ha chiarito che la zona è delimitata da una recinzione. “Per entrarci senza autorizzazioni bisogna scavalcare invadendo così una proprietà privata”, ha concluso Esposito.
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