L’agghiacciante storia di Mary Vincent, la ragazza che “rifiutò” di morire

Mary Vincent

Ci sono storie, talmente raccapriccianti, che sembrano essere partorite dalla mente perversa di un regista di Hollywood. Ma quelle stesse storie sono terribilmente vere, storie così agghiaccianti che risultano disturbanti e complicate perfino da ascoltare. Una di queste storie è quella di Mary Vincent, una ragazza di 15 anni, la cui vita è tragicamente cambiata il 29 settembre del 1978.

Quando il sogno si trasformò in incubo

Mary, adolescente di 15 anni, aveva un sogno nel cassetto: diventare ballerina. Quel sogno lo inseguì così ardentemente che decise di andare a Los Angeles, mettendo così da parte i problemi familiari. Era un’adolescente, giovane e ingenua, ancora non conosceva i pericoli del mondo e così fece l’autostop in California.

Si fermò un furgone blu, guidato da un certo Lawrence Singleton, ex marinaio mercantile di 51 anni. Mary decise di accettare quel passaggio, non sapendo che stava commettendo l’errore che le avrebbe rovinato per sempre la vita.

Inizialmente l’uomo sembrava addirittura gentile, ma poco dopo Mary capì che qualcosa non andava. Il 51enne infatti cambiò percorso e si infilò in stradine isolate e, quando Mary iniziò a protestare, lui le rispose che si era trattato di un “errore innocente”.

Poi cominciò l’incubo vero e proprio: l’uomo fermò il furgone in una zona isolata, colpì Mary in testa con un tubo metallico e la trascinò via, violentandola più volte per tutta la notte.

L’orrore però non era finito lì. L’aggressore sapeva che non poteva lasciare libera la ragazza, che l’avrebbe denunciato, e allora commise un gesto ancora più terrificante: prese un’accetta e tagliò entrambe le braccia di Mary, per poi gettarla in un canalone, convinto che il suo orribile crimine sarebbe rimasto sepolto lì con Mary.

Il “rifiuto” della morte

Mary, orribilmente mutilata, picchiata a sangue e violentata, decise però che non era arrivata l’ora della sua morte e tirò fuori il suo più forte e resiliente istinto di sopravvivenza. In qualche modo riuscì a tirarsi fuori dal canalone, con il fango cercò di fermare l’emorragia e, in condizioni disumane, riuscì a risalire una scarpata di 9 metri.

Nuda, sanguinante e senza forze si trascinò lungo una strada per 3 km, tenendo le braccia alzate per evitare di perdere altro sangue. Una coppia che stava passando si accorse finalmente di lei e la accompagnò in ospedale.

Nonostante le condizioni critiche i medici riuscirono a salvare la vita della ragazza, che raccontò l’orrore vissuto ai poliziotti. Grazie all’identikit fornito da Mary, le forze dell’ordine risalirono a Singleton e lo arrestarono.

Un’ingiusta giustizia

Sei mesi dopo Mary ebbe il coraggio di presentarsi in tribunale con delle protesi al posto delle mani, dinanzi al suo aguzzino, e senza esitazioni guardandolo negli occhi lo accusò di averle perpetrato quegli abomini. Singleton, con l’accusa di stupro, rapimento e tentato omicidio, fu condannato a 14 anni di carcere, la pena massima prevista a quei tempi.

Una sentenza che indignò, 14 anni per quell’orrore sembravano troppo pochi. Ma indignò ancora di più il fatto che Singleton fu liberato dopo solo 8 anni di carcere. Si rivelò purtroppo un errore fatale da parte della giustizia…

Intanto Mary ebbe la forza di ricostruirsi una vita: cambiò il cognome di McGriff, diventò madre, trovò rifugio nell’arte e non smise mai di raccontare la storia per aiutare altre sopravvissute, o per impedire che altre giovani adolescenti potessero commettere il suo stesso errore.

Intanto però un’altra donna pagò a carissimo prezzo l’errore che aveva commesso la giustizia, quando decise di liberare Singleton dopo 8 anni. Quella donna, madre di tre bambini, si chiama Roxanne Hayes e fu uccisa proprio da Singleton.

Di nuovo faccia a faccia con l’orco

Mary così dovette fare nuovamente i conti con il suo passato e, senza alcuna esitazione, volò in Florida per testimoniare contro quell’uomo, protagonista di un altro crimine indicibile. La giustizia, con colpevole ritardo, non diede a Singleton altre occasioni di mietere ulteriori vittime e lo condannò alla pena di morte. Singleton però non arrivò mai al patibolo, poiché morì di cancro in carcere nel 2001.

La storia di Mary è una vicenda agghiacciante, ma anche una straordinaria testimonianza di resilienza, forza e coraggio. Un’adolescente, con tanti sogni da realizzare, in una sola notte vide portarsi via tutto, ma non la vita. E a quella vita lei si è aggrappata fortissimo, dimostrando che anche nella notte più buia, c’è sempre la possibilità di trovare un barlume di speranza, a patto di avere una forza interiore incrollabile.

Questa storia però ci insegna che, se lasciamo una porta socchiusa, il male trova sempre il modo di ritornare, non importa quanto lontano sia. E allora quella porta va chiusa a doppia mandata, blindata, affinché il male, quando individuato, resti confinato in un luogo dal quale non possa più uscire.